martedì, 20 dicembre 2005

Ciao papà, sono passati tanti giorni dall'ulima volta che ti ho scritto. Ci ho provato mille volte ma entrare qui era come avere di nuovo la prova del fatto che non ci sei più. In questi giorni ho vissuto come se fossi stata rinchiusa in una pentola a pressione: non una lacrima, non un cedimento. Io stessa mi sono chiesta se era normale che dopo tanto dolore tutto si fosse sopito così in fretta. Ho ripreso a mangiare, a scherzare, a discutere sul MOL, a fare l'amore con mio marito, a comprarmi vestiti.... tutto come se non fosse accaduto nulla, tutto come prima. Tranne per quello strano senso di pressione, appunto, che mi fischia nelle orecchie, che attutisce suoni e sensazioni, come se i miei sensi fossero parzialmente anestetizzati. Poi, mezz'ora fa sono scoppiata. La pentola si è aperta. Dicono sia meglio così: piangere, piangere fino allo sfinimento, fino ad addormentarsi esanimi. Piangere. Non tenersi tutto dentro, Tutto questo dolore, questa rabbia infinita. PIangere. Perchè non mi rispondi più al telefono. Perchè  non c'è più la tua macchina parcheggiata davanti a casa. Perchè ti aspetto inutilmente davanti alla scuola dei ragazzi, Piangere perchè ti hanno portato via da me senza avere il tempo di capire. Capire perchè tu, perchè così. Piangere perchè non posso fare nulla, nulla, nulla per cambiare le cose. Ho gli occhi che mi fanno male, la gola in fiamme. Ma almeno il fischio è finito. Sento perfettamente tutto il dolore, tutta la disperazione, tutta l'assenza, tutto il tormento. Ieri ho saputo che l'azienda intende licenziarmi. E forse è stata questa ennesima botta a darmi la forza o la debolezza necessaria per tirare fuori tutto questo buio che c'è in me. Il pensiero di poterti aver deluso mi ha fatto il male sufficiente per far saltare l'ultima mia resistenza. Mi sento sola, sola come non mai. Sola alla vigilia di un natale che ho atteso per mesi, che ho immaginato pieno di allegria e gioia, finalmente, dopo anni di salite e di cadute,  e che vivrò con la pena più grande che mi sia stato concesso di provare in 36 anni.

Sono le 6 e mezza del mattino, fra poco i ragazzi si alzeranno per andare a scuola. Non ti preoccupare, lo so, mi lavo la faccia e tutto come prima. Ma almeno il fischio è finito. E tornerò qui più spesso, a raccontarti cosa sta accadendo alla mia vita mentre tu non ci sei. Mentre tu mi manchi come il respiro. Mentre piango, sola.

Ciao papà.

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lunedì, 12 dicembre 2005

Ciao, papà. Sai, negli ultimi tre giorni ho creduto fermamente che oggi, lunedì, tutto sarebbe tornato come prima, che mi sarei svegliata da questo orribile incubo. E invece non eri sul marciapiede ad aspettarmi, oggi, a mezzogiorno. In casa regnava un silenzio che nemmeno Bibi, con i suoi gridolini, è stata in grado di rompere. L'immondizia l'ha portata fuori Nico. Io e Dado abbiamo montato il seggiolone di Bibi alla meno peggio, in tavola non c'era il pane... Insomma, nulla è più come prima. Non ci sei, e mi manchi. Da morire. Torna, ti prego, non può essere che sia tutto finito così. Non è giusto.

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venerdì, 09 dicembre 2005

Papà, trascrivo le lettere che Niccolò e Riccardo hanno voluto lasciare accanto alle tue mani, insieme al ciuccio di Bibie ad una foto. Lo faccio per loro e per me. Affinchè anche noi, come te, possiamo leggerle quando ci sentiamo un po' soli. Ci vediamo fra mezz'ora, papà, per un ultimo bacio. Arrivo.

 

Caro nonno,

 ci dispiace di non averti potuto seguire negli ultimi giorni come tu ci hai seguiti. Speriamo che tu possa aiutarci anche se non non ti vediamo, così che noi ti crederemo ancora qui. Tu hai fatto molte cose per noi, tutti i consigli, gli insegnamenti e le storie che ci hai raccontato non sono andate perse e noi non le scorderemo. Ci mancheranno le nostre passeggiate, le nostre partite a carte e le nostre chiacchierate. Ma la cosa speciale che sappiamo è che tu non te ne sei mai andato dal nostro cuore.

Un saluto

 Niccolò.

 Caro nonno,

 Spero che su, dove adesso tu potresti esserci, tu sia felice, senza malori. So che tu sei qui accanto a me, tu sei stato il nonno migliore del mondo. Io ti porto sempre nel mio cuore, ti ringrazio di tutte le cose che mi hai regalato. Io in cambio ti regalo questa lettera che forse ti accompagnerà per tutto il viaggio che devi fare.

 Spero che la lettera ti sia piaciuta,

 Ti voglio tanto bene nonno.

 Riccardo.

 

 

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giovedì, 08 dicembre 2005

Voca me

Voca me cum benedictis

 

Tutto è finito, papà, tutto è finito. Ora respiri bene, a fondo, ora non hai bisogno della mascherina, l'aria non ti secca più la gola, puoi finalmente deglutire l'acqua che ci chiedevi. Ora puoi dormire quel sonno che tanto ti è mancato in questi giorni, basta iniezioni, basta esami, basta infermiere, basta. Ora sei tornato con noi. Mentre ti aspettavo ho pensato di prepararti la torta di rose sul tavolo, ti va? La Gazzetta è piegata ed intonsa, come piace a te. Ci sono i resoconti della partita che ti sei guardato ieri sera, nonostante con la maschera gli occhiali ti stessero su a malapena. Ora aspetteremo insieme il prossimo turno del Milan ... e domenica il derby. Chi se lo perde? Domani vado a prenderti il pane, passo io a prendere i ragazzi a scuola, tu aspettami come al solito sul ciglio della strada, davanti a casa, pronto a prendere sulle spalle gli zaini dei bambini. La mamma avrà preparato gli spaghetti al tonno che tanto ti piacciono, poi il bar, il caffé.... Papà, questa mattina, prima che tutto finisse, mi hai detto di pregare per te. Non ne hai bisogno, te l'ho detto, e io non so più pregare, ma continueremo a vivere insieme e ad amarci come abbiamo fatto fino ad ora e questa sarà la mia preghiera per te. Mi hai detto che nella vita sei stato "solo fumo". Perché? In che cosa credi che consista "l'arrosto"? Nelle grandi imprese, in una laurea, in una montagna di soldi? Se tu sei stato solo fumo, io e tanti altri abbiamo vissuto grazie a quel fumo, lo abbiamo respirato a pieni polmoni trovando la forza, l'esempio, l'amore, la carica. Il tuo fumo è stato il mio ossigeno e continuerà ad esserlo. Voglio che i miei figli siano fatti del tuo stesso fumo, che siano onesti e lavoratori come te, che amino e siano amati come te. Mi hai detto che ti dispiace non poter far giocare Blanca come hai fatto con Nico e Dado, che avresti voluto portarla in stazione a vedere i treni e a tirare i sassi nel laghetto come hai fatto mille volte con i suoi fratelli. Ma lo farai, certo che lo farai, la porterai ovunque vorrai, come hai sempre fatto... e tornerai nei posti che ami, al tuo paese, sulla Cima Tosa... alla Pineta di Pinzolo insieme a Blu.. e continuerai ad ascoltare Rigoletto, e le canzoni di Celentano ... e a litigare con me di politica. Perchè fino a che uno di noi avrà uno straccio di fiato su questa terra, tu sarai vivo come non mai, vivo e viatale come lo eri solo tre settimane fa.  A dopo papà. Come hai detto l'altro giorno alla mamma, farò come se tu fossi andato al bar a leggere il giornale ed a bere il caffé.

Torna presto, che fa buio in fretta, papà. Ti bacio, tanto.  

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venerdì, 02 dicembre 2005

Tu mi hai tirata su a pane e Rigoletto, papà. Da bambina sbuffavo ogni volta che mi invitavi ad ascoltare qualche romanza, mentre tu interpetavi appassionatamente la parte del giullare gobbo che gridava "Vendetta!". Poi, crescendo, sono diventata una fan incallita di Rigoletto. Ne ho svariate copie a casa, fra le quali la mia preferita con Pavarotti, Milnes e la Sutherland, ed ho imparato a memoria tutto il libretto. Rigoletto (per chi ci legge e non lo sa), è un tormentato melodramma verdiano ottocentesco che narra la storia del giullare della corte del Duca di Mantova, il gobbo Rigoletto, che nasconde un segreto: una giovane figlia nata dalla relazione con l'unica donna che lo ha amato e compatito. La nasconde temendo che ella divenga mira delle conquiste del baldanzoso Duca che si diverte a disonorare giovani donzelle illibate come la figlia di Montenerone, un vecchio che, deciso a vendicarsi dell'onta subita, si reca un giorno a corte per affrontare il Duca e viene "sfottuto" proprio da Rigoletto; Montenerone che, ferito dal sarcasmo del gobbo, lo maledice augurandogli di provare la sua stessa sofferenza di padre. Questa maledizione lascia Rigoletto sconvolto, al pensiero che la stessa fine della figlia di Montenerone possa toccare anche a Gilda, sua figlia. E cerca di proteggerla in tutti i modi rinchiudendola in casa e concedendole solo di recarsi in chiesa. E proprio in chiesa Gilda viene addocchiata dal Duca che le ruba il cuore e che, spacciandosi per un povero studente, le dichiara il suo amore. I cortigiani, che odiano Rigoletto per la durezza del suo sarcasmo, venuti a conoscenza della presenza di una donna in casa sua e sospettando che si tratti di un'amante, decidono di beffare il giullare rapendo la ragazza e facendone dono al Duca. Quando Rigoletto si accorge del rapimento, promette dapprima vendetta poi supplica i cortigiani di restituirgli l'unico suo bene: la figlia. I cortigiani, sorpesi nell'apprendere che non si tratta della sua amante bensì di sua figlia, la riportano da lui. Ma il danno ormai è fatto. Gilda è stata sedotta ed è innamorata del suo Duca. A Rigoletto non rimane che la vendetta. E per prendersela decide di rivolgersi ad un sicario, tale Sparafucile, un borgognone che attira le vittime a casa sua grazie all'avvenenza della sorella Maddalena. La vittima predestinata, ovviamente è il Duca. Rigoletto si accorda con Sparafucile che per 20 ducati gli consegnerà il corpo del Duca. Questi, attratto da Maddalena, si reca a casa di Sparafucile per consumare una notte con la ragazza. Rigoletto, di nascosto, mostra a Gilda che razza di dongiovanni impenitente sia il Duca, ma lei, pur gelosa, non cessa di amarlo e, una volta compreso lo scopo del padre, decide di salvare il suo amato. Maddalena, infatti, che a sua volta è innamorata del Duca, propone al fratello di salvarlo e di uccidere, in sua vece, il primo pellegrino che chiederà ospitalità presso il loro ostello. Gilda sente tutto, si traveste da pellegrino e bussa alla porta, andando incontro alla morte per salvare il Duca. Rigoletto, ignaro di tutto ciò, torna all'ora prestabilità per ritirare il cadavere del Duca e gettarlo nel fiume. Una volta pagatp il saldo del lavoretto a Sparafucile, se ne va con il corpo infilato in un sacco ma poco prima di gettarlo alle onde, sente in lontananza la voce del Duca che canta "La donna è mobil". Ma come?? Se lui è vivo chi c'è nel sacco??? Apre... ed ecco sua figlia morente. Disperato cerca di rianimarla e gli ultimi sospiri di Gilda sono per chiedere perdono al padre del suo gesto e per dichiarargli il suo infinito amore. Poi spira fra le sue braccia. La maledizione si è compiuta.

Queste le parole di Rigoletto alla figlia morente:

Rigoletto
Non morir ... mio tesoro, pietade ...
mia colomba ... lasciarmi non dêi,
no, lasciarmi non dêi ...

se t'involi qui sol rimarrei ...
non morire, o qui teco morrò!

Papà, non morir, mio tesoro, pietà, pietà di me, mia roccia, lasciarmi non devi, no, lasciarmi non devi.....se te ne vai qui sola rimarrò, non morire o anch'io con te morirò...  

Ora so perchè amo tanto quell'opera. Siamo io e te, in un duetto infinito, che ci dichiariamo il nostro amore e che non vogliamo separarci. Non potrò più ascoltarlo, senza te non ha più senso. Ti amo, papà. Non morire.

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giovedì, 01 dicembre 2005

Oggi comincia il conto alla rovescia, papà. Ufficialmente da oggi comincio a contare le ore, i minuti, i secondi che ci separano dal nostro addio. Oggi, dopo aver parlato con la dottoressa che ti segue, nonostante le sue parole chiare, inequivocabili, lapidarie ... "nessuna cura", "settimane, non mesi", "coma epatico", "assistenza terminale domiciliaria"... nonostante tutto non riuscivo a crederci. Non riesco a crederci. Tu mi parli, mi guardi, sorridi... ora che il dolore è sotto controllo tu sei tornato tu. E ridiamo, e scherziamo ... e io cerco, guardandoti, di trapassare con lo sguardo la tua pelle, i tuoi muscoli, i tuoi tessuti, per riuscire a vedere il male che ti invade, che ti sta mangiando vivo, che ti sta strappando la vita a morsi. Forse così riuscirò a credere che ti sto perdendo, che è vero quel che mi dicono da 15 giorni i medici. Ora tutto mi parla di te: le ante di casa mia che hai meticolosamente riverniciato, la tua Alfa rosso Ferrari posteggiata davanti al tuo giardino, le tue chiavi col moschettone sul muretto accanto alla porta, la tua giacca appesa all'attaccapanni. Anche i miei figli mi parlano di te: i loro capelli che hai lavato amorevolmente mille volte nell'afosa piscina, le loro mani che tante volte hai stretto attraversando con loro la strada. Mani vuote, ora, che non capiscono, non sanno che non potranno più stringere la tua mano forte, nodosa, con quelle vene in rilievo che da bambina mi divertivo a schiacciare. Papà, tu sei un uomo pudico, le poche volte in cui ho cercato di dirti quanto ti voglio bene mi hai sempre mostrato un certo imbarazzo. Scusami se nei prossimi giorni non ci farò tanto caso, al tuo imbarazzo. Scusami, ma devo pensare a come gestire la tua assenza ed il peso delle cose che non sarò capace di dirti in tempo che continueranno a pesarmi sul cuore come incudini. Papà, sai che negli uomini che ho amato ho sempre, inevitabilmente cercato te? Il tuo buon umore, la tua capacità di sdrammatizzare, il saper parlare con tutti di tutto, di aiutare chi è in difficoltà, di vivere onestamente e di amare senza limiti. Ma nessuno è come te. Nessuno lo sarà mai. Ora intanto mi aggrappo al fatto che domani ti vedo. Ti vedo e ti abbraccio. E ti parlo e ti abbraccio ancora. A domani papà. Dormi sereno.

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mercoledì, 30 novembre 2005

Io malsopporto i cani. E loro malsopportano me. Gli animali non mi hanno fatto nulla, molto carini, per carità, ma fuori da casa mia. E non ho mai capito questa smania di mia madre di avere cani per casa che poi richiedono cure, attenzioni, ecc... che una persona con i suoi ritmi e i suoi impegni difficilmente concilia. Eppure lei si incaponì, 12 anni fa, e si comprò un carlino, Blu, chiamato così perchè mio figlio niccolò, all'epoca, voleva un cane blu. Come tutte le cose che mia madre vuole fortemente nonostante le perplessità di mio padre, anche Blu finì per essere accudito e seguito proprio da lui, da mio padre, prima sbuffando poi con immenso amore e dedizione. Blu ora è vecchio, un anziano carlino rantolante, diabetico, cardiopatico, con un prostata grande come un melone e un'artrosi galoppante. Fa fatica a fare le scale, passeggia alla velocità di una lumaca stordita.. insomma, sta messo male. Ha trascorso gli ultimi giorni ai piedi di mio padre che si è trascinato dal letto al sofà, dal sofà al letto senza poter fare altro che allungargli una debole carezza. Ma lui lì, fermo, ai suoi piedi. Questa mattina mia madre me lo ha portato prima di accompagnare mio padre all'ospedale. I miei figli, prima di andare a scuola, gli hanno preparato la scodella dell'acqua e il lettino. Poi sono usciti lasciandomi sola con lui e con Blanca. Era già successo in passato, e il cane si era limitato a disturbare il mio sonno con il suo respiro asmatico ed i suoi rantoli. Oggi no. Oggi ha guaito come un bambino, alzando quel muso schiacchiato al cielo, tirando fuori dai polmoni un alito che non credevo avesse. Ha pianto come un cristiano. Non lo aveva mai fatto. Mai. Forse è l'unica cosa che abbiamo in comune, io e Blu, questo dolore lancinante che ci spezza il cuore.

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mercoledì, 30 novembre 2005

IL PANE

Mio padre adora il pane, di più, ne è fortemente dipendente. Mio padre col pane ci mangia anche la pasta, la polenta, i dolci, tutto. Non si siede nemmeno a tavola se non vede pane a sufficienza. E le poche volte che ha mangiato a casa mia se lo è portato da casa, per timore che finisse.
E' ferrarese, mio padre, e a Ferrara il pane è un culto, una religione, una priorità. Per pane intendo le coppie, quelle con 4 cornetti lunghi lunghi, fragranti, che si conservano benissimo per giorni senza perdere fragranza e sapore.

Quando si trasferì a Brescia il pane divenne un problema. Qui la qualità lascia parecchio a desiderare: michette, ciabattine, tartarughe che dopo mezza giornata sembrano big babol masticate, troppa mollica e troppo gommosa. Una tragedia. In 13 anni ha cambiato 4 fornai senza successo. Ha provato a congelarlo, a scaldarlo, a comprarlo due volte al giorno. Niente da fare. Ed ogni occasione era buona per andare a Ferrara a comprarsi 5 o 6 kili di pane da conservare gelosamente in freezer e da consumare col contagocce. Poi il miracolo. Un giorno, a gennaio di quest'anno, mentre andavo a comprare il pane per me, vedo dal fornaio di Sant'Eufemia delle coppie di pane ferrarese. E ad occhio sembravano fatte con tutti i crismi. Lo dico a mio padre che si precipita letteralmente a comprarle. Risultato confortante: non sono come quelle di ferrara ma quasi. E da quel giorno tutti i santi giorni il panificio di sant'eufemia gli riserva 5 coppie di pane. E lui si industria come può per andarsele a ritirare prima di andare a prendere i ragazzi. Quando non può vado io e la signora al banco mi saluta e mi dice "Ritiri il pane del papà?". Sì, il pane del papà.
Ieri mia madre mi ha detto di dire al fornaio di non tenere più da parte il pane di papà. Non lo mangia più, non lo vuole più. Mio padre senza pane. Un primo passo verso la fine. L'ho detto alla fornaia, mandando giù un magone, che ho vomitato in macchina in mezzo ad un fiume di lacrime, sotto una pioggia battente ed impietosa.

 

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