Ciao papà, sono passati tanti giorni dall'ulima volta che ti ho scritto. Ci ho provato mille volte ma entrare qui era come avere di nuovo la prova del fatto che non ci sei più. In questi giorni ho vissuto come se fossi stata rinchiusa in una pentola a pressione: non una lacrima, non un cedimento. Io stessa mi sono chiesta se era normale che dopo tanto dolore tutto si fosse sopito così in fretta. Ho ripreso a mangiare, a scherzare, a discutere sul MOL, a fare l'amore con mio marito, a comprarmi vestiti.... tutto come se non fosse accaduto nulla, tutto come prima. Tranne per quello strano senso di pressione, appunto, che mi fischia nelle orecchie, che attutisce suoni e sensazioni, come se i miei sensi fossero parzialmente anestetizzati. Poi, mezz'ora fa sono scoppiata. La pentola si è aperta. Dicono sia meglio così: piangere, piangere fino allo sfinimento, fino ad addormentarsi esanimi. Piangere. Non tenersi tutto dentro, Tutto questo dolore, questa rabbia infinita. PIangere. Perchè non mi rispondi più al telefono. Perchè non c'è più la tua macchina parcheggiata davanti a casa. Perchè ti aspetto inutilmente davanti alla scuola dei ragazzi, Piangere perchè ti hanno portato via da me senza avere il tempo di capire. Capire perchè tu, perchè così. Piangere perchè non posso fare nulla, nulla, nulla per cambiare le cose. Ho gli occhi che mi fanno male, la gola in fiamme. Ma almeno il fischio è finito. Sento perfettamente tutto il dolore, tutta la disperazione, tutta l'assenza, tutto il tormento. Ieri ho saputo che l'azienda intende licenziarmi. E forse è stata questa ennesima botta a darmi la forza o la debolezza necessaria per tirare fuori tutto questo buio che c'è in me. Il pensiero di poterti aver deluso mi ha fatto il male sufficiente per far saltare l'ultima mia resistenza. Mi sento sola, sola come non mai. Sola alla vigilia di un natale che ho atteso per mesi, che ho immaginato pieno di allegria e gioia, finalmente, dopo anni di salite e di cadute, e che vivrò con la pena più grande che mi sia stato concesso di provare in 36 anni.
Sono le 6 e mezza del mattino, fra poco i ragazzi si alzeranno per andare a scuola. Non ti preoccupare, lo so, mi lavo la faccia e tutto come prima. Ma almeno il fischio è finito. E tornerò qui più spesso, a raccontarti cosa sta accadendo alla mia vita mentre tu non ci sei. Mentre tu mi manchi come il respiro. Mentre piango, sola.
Ciao papà.






Oggi comincia il conto alla rovescia, papà. Ufficialmente da oggi comincio a contare le ore, i minuti, i secondi che ci separano dal nostro addio. Oggi, dopo aver parlato con la dottoressa che ti segue, nonostante le sue parole chiare, inequivocabili, lapidarie ... "nessuna cura", "settimane, non mesi", "coma epatico", "assistenza terminale domiciliaria"... nonostante tutto non riuscivo a crederci. Non riesco a crederci. Tu mi parli, mi guardi, sorridi... ora che il dolore è sotto controllo tu sei tornato tu. E ridiamo, e scherziamo ... e io cerco, guardandoti, di trapassare con lo sguardo la tua pelle, i tuoi muscoli, i tuoi tessuti, per riuscire a vedere il male che ti invade, che ti sta mangiando vivo, che ti sta strappando la vita a morsi. Forse così riuscirò a credere che ti sto perdendo, che è vero quel che mi dicono da 15 giorni i medici. Ora tutto mi parla di te: le ante di casa mia che hai meticolosamente riverniciato, la tua Alfa rosso Ferrari posteggiata davanti al tuo giardino, le tue chiavi col moschettone sul muretto accanto alla porta, la tua giacca appesa all'attaccapanni. Anche i miei figli mi parlano di te: i loro capelli che hai lavato amorevolmente mille volte nell'afosa piscina, le loro mani che tante volte hai stretto attraversando con loro la strada. Mani vuote, ora, che non capiscono, non sanno che non potranno più stringere la tua mano forte, nodosa, con quelle vene in rilievo che da bambina mi divertivo a schiacciare. Papà, tu sei un uomo pudico, le poche volte in cui ho cercato di dirti quanto ti voglio bene mi hai sempre mostrato un certo imbarazzo. Scusami se nei prossimi giorni non ci farò tanto caso, al tuo imbarazzo. Scusami, ma devo pensare a come gestire la tua assenza ed il peso delle cose che non sarò capace di dirti in tempo che continueranno a pesarmi sul cuore come incudini. Papà, sai che negli uomini che ho amato ho sempre, inevitabilmente cercato te? Il tuo buon umore, la tua capacità di sdrammatizzare, il saper parlare con tutti di tutto, di aiutare chi è in difficoltà, di vivere onestamente e di amare senza limiti. Ma nessuno è come te. Nessuno lo sarà mai. Ora intanto mi aggrappo al fatto che domani ti vedo. Ti vedo e ti abbraccio. E ti parlo e ti abbraccio ancora. A domani papà. Dormi sereno.
Mio padre adora il pane, di più, ne è fortemente dipendente. Mio padre col pane ci mangia anche la pasta, la polenta, i dolci, tutto. Non si siede nemmeno a tavola se non vede pane a sufficienza. E le poche volte che ha mangiato a casa mia se lo è portato da casa, per timore che finisse.